Cardinale Angelo Bagnasco – Conclusioni

19 aprile 2017 |by cceesitesAdmin | 0 Comments | Testi, 31.03

Cari Confratelli
Cari Giovani

  1. L’educatore

Siamo giunti a conclusione di questi giorni intensi, fatti di preghiera, riflessione, ascolto, dialogo su tematiche che toccano la vita dei giovani, ma – se permettete – anche degli adulti e di noi Pastori. Infatti, ed è questa la mia prima considerazione, la realtà dei giovani chiama in causa gli adulti che hanno, verso le nuove generazioni, delle responsabilità gravi. Non dimentichiamo, infatti, che la prima domanda che ogni educatore – genitori, sacerdoti, maestri…- deve farsi davanti ai giovani, non è “che cosa posso fare per loro?”, bensì “chi sono io?”: così si esprimeva il teologo italo tedesco Romano Guardini, docente universitario e grande grande formatore della gioventù. Se, infatti, educare significa che io do a quest’ uomo coraggio verso se stesso, che lo aiuto a conquistare la sua libertà, che lo introduco nella vita perché sia vivo e non un fantasma, allora comprendiamo che la formazione non è questione principalmente di discorsi, esortazioni, richiami, stimoli, metodi: tutto ciò è necessario ma non è ancora il fattore originale. La vita, infatti, viene destata solo con la vita, la luce con la luce, la libertà con la libertà, l’amore con l’amore! Allora, la prima domanda ricade su di me che ho un compito formativo, e pertanto devo chiedermi se sono un uomo vivo, libero, se la mia persona, più che essere efficiente, irradia, è luminosa, e quindi benefica per chi si avvicina.

Se è vero che ogni età chiede lo scalpello o il cesello educativo, è anche vero che le generazioni più adulte hanno maggiori responsabilità verso i più giovani: nessuno è mai “arrivato”, ma gli adulti devono avere qualcosa da dire di vero e di bello, di serio e di buono, a chi si trova all’inizio della parabola: qualcosa da dire con le parole e da testimoniare con i fatti. Se questo non fosse, avrebbe – l’adulto – perso anni che non torneranno.

Non pretendo ora di tirare delle conclusioni vere e proprie, ma presento alcune considerazioni che spero utili per incorniciare – se possibile – l’affresco di questi ricchi giorni che abbiamo vissuto con la vicinanza paterna del Santo Padre Francesco che – tramite il Segretario di Stato S. Em. il Card. Pietro Parolin – ha espresso con un Messaggio incoraggiandoci a “condurre una riflessione sulle sfide dell’evangelizzazione e sull’accompagnamento dei giovani affinché (…) siano portatori convinti e della gioia del vangelo in tutti gli ambiti”.

  1. Educare

Torno sulla straordinaria avventura educativa che chiamiamo “accompagnamento”. Ho già accennato che il primo soggetto chiamato in causa è l’educatore. Vorrei però precisare la natura del processo educativo. Sopra ho accennato al percorso educativo come cammino di libertà, di amore, di luce: sono immagini evocative, ma vorrei ora dire in forma più globale che educare significa aprire alla vita, incontrarla e dialogare con lei.

Che cosa significa?

Ogni giorno la vita ci viene incontro attraverso le cose che prevediamo nel programma di lavoro o di studio, e attraverso le molte cose che non possiamo prevedere, e che riguardano la nostra vita esteriore o il nostro mondo interiore, come sentimenti, impulsi, sensazioni, pensieri, cambiamenti…cose piacevoli o dolorose, successi o sconfitte, gioie e paure. Dobbiamo incontrare la vita ogni giorno, guardarla in faccia come si presenta, senza fughe, illusioni o pretese: accoglierla così com’è. Accoglierla significa corrisponderle, portare qualcosa di mio, anzi portare me stesso con il mio essere unico, per far diventare le giornate e gli eventi non un peso che mi capita addosso e che devo subire passivamente, ma qualcosa di personale che faccio mio, che abbraccio e che mi appartiene: la mia storia. E’ questa la maturità umana che anche la fede cristiana ci chiede. Ed è questa serietà che porta la gioia o, comunque, serenità e pace. In sintesi, educarsi e educare è trasformare la vita che ci è data con la sovrana libertà di Dio Creatore, in un capolavoro della nostra libertà. Spesso il Papa ha ricordato che la vita è un dono donato e da donare sempre. Per dialogare con la vita, però, è quanto mai utile dialogare con qualcuno che ci accompagna e, come Gesù, ci ascolta, ha pazienza, sa attendere, ci dà fiducia, ci benefica con la sua luminosità spirituale, ci parla con le parole di Dio, ci offre i sacramenti della salvezza, non ci lega a sé.

  1. Il grande Maestro

E’ Cristo il Maestro dei maestri così come è il Pastore dei pastori: a Lui tutti dobbiamo guardare e soprattutto rivolgerci con insistente e costante preghiera. perché egli operi nelle anime ciò che Lui vuole, non le nostre piccole idee. Egli, all’inizio della sua missione, sceglie dodici uomini e li forma per farne degli Apostoli. Erano uomini adulti, avvezzi ad una vita di sacrificio e di responsabilità. La vita li interpellava ogni giorno ed essi rispondevano alle sue chiamate: il lavoro, la famiglia, gli amici, la fede ebraica, la società di appartenenza, il villaggio… Ogni giorno incontravano provocazioni che mettevano a prova e insieme arricchivano la loro umanità di uomini e di credenti. Gesù si inserisce nella loro vita, e quella vita l’avrebbe cambiata alla radice, ne avrebbe fatto dei testimoni: da quel momento, i Dodici sarebbero stati segnati da accoglienza e insuccessi, gloria e tradimenti, lusinghe e persecuzioni. Il Maestro voleva formarli, educarli a vivere della loro vocazione, cioè dentro a quel rapporto personale che la chiamata di Gesù – “seguimi” – aveva creato per sempre, e che avrebbe definito, prima ancora che il loro agire, il loro stesso essere. Voleva formarli perché incontrassero la loro nuova vita e lì inserissero la loro umanità, lì giocassero tutto il loro cuore.

Ma come? Basta scorrere i Vangeli e vediamo che la scuola di Gesù è fatta di parole e di silenzi, di gesti quotidiani e di miracoli, di rimproveri e di tenerezza, di esigenza e di pazienza, di fatica ed i festa, di preghiera e di dialogo, di compagnia e di solitudine, di prossimità e di distanza. Ma sempre e comunque d’amore e di fiducia verso questi poveri uomini, semplici quasi tutti incolti, che si sono trovati all’improvviso in un’avventura più grande di loro. Le parabole e i grandi discorsi sulla montagna o in riva al mare, i miracoli, la gloria di Gerusalemme e l’abiezione dolorosa del calvario, l’intimità misteriosa del cenacolo, l’alba della risurrezione e il distacco fisico dell’ascensione al cielo, la Pentecoste…tutto era grazia di salvezza per il mondo e, per loro, anche cattedra che li educava ad un nuovo futuro. Nessuna pagina, nessuna parola, nessun gesto del Signore può essere taciuto: il Vangelo è da avvicinare “sine glossa” come raccomandava San Francesco e avendo nel cuore le lucide parole del beato Paolo VI: “Molti, anziché convertire il mondo a Cristo, hanno convertito se stessi al mondo”. Gesù è dunque il Maestro perfetto, ma anche il modello pieno e affascinante da guardare per educare e per educarci: è l’unità di misura dell’umanesimo come ha ricordato il Santo Padre al Convegno ecclesiale della Chiesa Italiana a Firenze nel 2015. In Lui, vero Dio, scopriamo anche il volto dell’uomo completo, tanto che Pilato fu, senza saperlo, profeta quando lo presentò al popolo e disse: “ecce homo!”. Ma questo sarebbe ancora troppo poco, o forse troppo arduo e disperante, se nello stesso tempo non trovassimo in Lui la sorgente della forza e della grazia senza la quale non possiamo far nulla. In Gesù risplendono tutte le virtù umane in forma eminente, risplende la piena umanità dell’uomo, quell’umanità che la nostra epoca rischia di non più riconoscere riducendo la persona ad una forma liquida, ad un’impronta sulla sabbia come dice M. Foucauld, annunciando così la morte dell’uomo.

  1. La cultura del nulla

La cultura contemporanea sembra non aver nulla da dire ai giovani, nulla di significativo che scaldi il cuore e riempia la vita. Ciò nonostante, contiene una opportunità che non dobbiamo perdere: quella di pensare e scegliere. In una cultura fluida ognuno è chiamato a riflettere: può rinunciare a farlo, adeguandosi al pensiero unico, oppure può ascoltare le voci profonde dell’anima, e allora giunge alla spiaggia della verità e del bene, giunge facilmente a Dio: oggi – possiamo dire – si crede poco perché si pensa poco, e Sant’Agostino dice che “la fede se non è pensata è nulla”!

Il potere, quando si pensa non come servizio ma come dominio degli altri, vede il pensare come un pericolo, un attentato. E allora, come la storia del secolo scorso insegna, mette in atto ogni forma possibile di distrazione: il mito del successo e dell’apparenza, il consumismo che consuma l’anima, la felicità come soddisfazione immediata ed effimera, l’autonomi assoluta che svuota il mondo interiore e impedisce di costruire sulla solida roccia. La cultura del nulla di valori e di ideali, è incapace di offrire ragioni per vivere, non vede il senso della vita e del mondo. Il collettivismo materialista e l’individualismo consumistico sono due forme di totalitarismo: entrambi – per vie diverse – annullano la persona e ne fanno un’isola. Illudono in modi diversi, ma il risultato è identico: una angosciante solitudine. Quando la società, anziché essere una comunità di vita e di destino, è una moltitudine di individui separati tra loro, preoccupati solo di se stessi, allora il potere di turno manipola meglio e gli affari di pochi prosperano. Senza contare che il vuoto spirituale chiede di essere riempito, e facilmente subisce la perfida suggestione di ideologie che si presentano forti e mortali. Dicevo che un’opportunità del tempo presente è la provocazione a pensare e a scegliere: scegliere chi essere e come vivere, chi sono gli altri e quali rapporti stabilire, chi è la società e il senso del tempo, da dove veniamo e verso dove stiamo andando insieme all’umanità, quale ruolo avere oltre che nella vita privata anche nella storia, se solo credere in Dio oppure anche vivere con Dio. L’incontro con Gesù redime dal peccato, dona la vita di Dio, trasfigura, immette nel cuore una passione d’amore per Dio tale da attraversare le sofferenze abissali e le miserie “imperdonabili” dell’uomo.

  1. La richiesta dei giovani

Il cuore dei giovani – nonostante rappresentazioni oscure e dolorosi fatti di cronaca – sembra palpitare in modo diverso: parla la diffusa inquietudine che – al di là di problemi contingenti come la difficoltà di trovare lavoro, la difficoltà di farsi una famiglia pur desiderata non poco – svela la nostalgia verso una pienezza che sfugge agli esami più sofisticati: sfugge perché il sofisma complica ciò che è semplice. Si tratta, infatti, di un’inquietudine non contingente ma radicale, che accompagna il cuore in qualunque situazione come una ferità salata, come una freccia puntata verso un obiettivo che sente essere il suo, ma che può solo attendere e invocare come dono dall’Alto. Il giovane desidera interpretare questa permanente ferita che lo fa sentire incompiuto, perenne inquilino di una linea di confine fra due sponde, il finito e l’infinito, il tempo e l’eterno. Ha bisogno di sentirsi accompagnato sulla terra sconosciuta dei significati e del senso della realtà di cui lui è la punta infuocata (T. de Chardin). Aspetta che qualcuno si accorga delle sue insicurezze che, prima di essere psicologiche, sono strutturali o ontologiche, cioè appartengono alla condizione di ogni persona. Intuisce che ciò deve avere un significato, deve contenere un messaggio, ma l’avverte come un labirinto sconosciuto, e cerca qualcuno che gli dica una parola. Su questo incrocio i giovani devono incontrare delle persone significative, dei padri.

Anche un altro equivoco oggi diffuso può ghermire l’età giovanile, quello di credere che il numero delle esperienze è la misura della qualità della vita e della maturità della persona. Da questa bugia nasce l’insoddisfazione in chi non può permettersi tutto questo, e facilmente sgorga il sentimento dell’invidia e del sordo risentimento, che fa dimenticare ciò che si ha, pensando continuamente a ciò che manca. Bisogna però ricordare che non è la quantità della cronaca che costruisce l’uomo, ma la elaborazione di ciò che si è visto, delle esperienze che si vivono. Non è dunque l’estensione che costituisce il senso della vita, ma l’intensità, la forza del vissuto: la vita non è un esperimento. Concepirla così significa non prenderla sul serio, non stimarla, e come diceva secco Leonardo da Vinci: “Chi non stima la vita non la merita” (Scritti letterari).

Un altro aspetto che il giovane, e non solo, spera di decifrare è la diffusa fragilità che insidia tutti, ma innanzitutto i più giovani. Fragilità che si manifesta nella insofferenza davanti alle inevitabili difficoltà, insuccessi, delusioni anche affettive, incomprensioni che la vita comporta. Un elemento decisivo della formazione è, avvicinandosi l’età adulta, la formazione del carattere, il saper stare in piedi da solo. Il carattere non è un “carattere impossibile”, ma è la stabilità interiore della persona: non è rigidità e neppure sclerosi dei punti di vista e degli atteggiamenti, ma è la connessione del pensiero, del sentimento e della volontà con il proprio centro spirituale. Quando non è ancora chiaro e deciso il proprio centro spirituale, la persona ha la sensazione dello smarrimento, cioè della mancanza di sintesi che dà significato e direzione. Viene alla mente quanto scriveva Dietrich Bonhoeffer: “Noi cristiani dobbiamo tornare all’aria aperta, dobbiamo tornare all’aria aperta del confronto spirituale con il mondo” (Resistenza e Resa)

Il punto è scoprire il proprio centro interiore, è costruirlo pazientemente: attorno al centro spirituale la molteplicità fatta di pensieri, sentimenti, scelte, azioni…trova la propria unità e la necessaria, dinamica armonia. Per il cristiano, il centro non è un’idea, una sapienza umana, ma è Gesù sapendo che il cristianesimo non è l’evasione degli uomini nel mondo di Dio, ma l’invasione di Dio nel mondo degli uomini: e che soltanto se saremo toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini in ogni ambiente di vita. Al riguardo, è utile ricordare quanto Madeleine Delbrel, giovane convertita francese del secolo scorso, scriveva nel suo diario: confidava il timore che – nel tempo – il Vangelo venisse “naturalizzato”, cioè gli si togliesse la linfa soprannaturale per ridurlo ad una sapienza umana, un messaggio di buon senso comune, svuotando così la croce di Cristo.

Cari amici, la nostra Europa è un continente straordinario: crogiolo di genti e di Nazioni, di storia e di cultura: è la sintesi di Atene, Gerusalemme e Roma. Il Vangelo è l’alveo fecondo che ha raccolto e portato a sintesi alta ogni altro contributo, e ha generato quell’umanesimo plenario che trova in Gesù la sorgente e il paradigma: “Non esiste umanesimo autentico – scrive il Santo Padre – che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale”. Ci fa bene ricordare anche quanto il maggiore pensatore ceco del XX secolo ha affermato: “Senza cura dell’anima come base spirituale l’Europa è morta e cade nuovamente nell’oblio” (Platone e l’Europa). Tocca a tutti noi – come comunità cristiana – prendere per mano questa grande Terra e farne una “casa di popoli”, dove il fondamento unitario non è da inventare da zero, ma esiste da millenni. Tocca a noi – di diverse generazioni – crescere, per fare crescere la cultura e la civiltà umanistica che è un dono per tutti, ricordando le parole di T.S. Eliot:” Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura. E allora voi dovrete ricominciare faticosamente da capo e non potrete indossare una cultura già fatta. Dovrete attraversare molti secoli di barbarie” (Appunti per una definizione della cultura. Appendice: L’unità della cultura europea, in Opere 1939-1962).

Alle giovani generazioni guardiamo con grande simpatia e fiducia; a loro toccherà essere i nuovi evangelizzatori, convinti che evangelizzare significa annunciare Gesù e le implicazioni concrete del suo mistero che genera una vita buona.

Il nostro è un tempo meravigliosamente arduo, è l’ora che la Provvidenza ci ha dato, l’abbracciamo con fiducia e amore, ricordando quanto scriveva Sant’Agostino: “Vivete bene il tempo e lo cambierete; e se lo cambierete non avrete più da lamentarvi” (Discorsi 311, 8,8). Sì, lo vogliamo vivere bene cominciando a cambiare noi stessi, e aiutandoci gli uni gli altri. Grazie.

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Si conclude a Barcellona il Simposio sui giovani del CCEE

31 marzo 2017 |by cceesitesAdmin | 0 Comments | Comunicati stampa, 31.03

Questa mattina si è concluso a Barcellona il Simposio sull’accompagnamento dei giovani organizzato dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE). L’incontro, che ha avuto inizio martedì scorso, 28 marzo, ha visto la partecipazione di 275 esperti provenienti da tutta Europa che operano nei settori connessi con l’accompagnamento dei giovani nelle rispettive conferenze episcopali: Gioventù, Vocazioni, Università, Scuola e Catechesi. Insieme agli interventi degli esperti in materia di accompagnamento, sono state scambiate esperienze di ‘buone pratiche’ di vari movimenti presenti e iniziative pastorali europee, oltre alle testimonianze dei giovani.
Le celebrazioni liturgiche hanno avuto il loro culmine nell’Eucaristia celebrata nella Basilica della ‘Sagrada Familia’ nel pomeriggio di ieri, presieduta dal Card. Bagnasco, presidente del CCEE. Subito prima della celebrazione, due esperti dell’opera di Gaudí, lo scultore Etsuro Sotoo e il teologo Armando Puig, hanno introdotto i presenti al percorso della bellezza finalizzato all’evangelizzazione dei giovani, a cui ha fatto seguito una visita guidata alla Basilica della Sagrada Familia.

Guardando al Sinodo sui giovani e le vocazioni del 2018

Questa mattina, l’arcivescovo di Barcellona, ​​Mons. Juan José Omella Omella, ha presieduto la celebrazione eucaristica e la preghiera delle Lodi. Durante la sua omelia, ha ringraziato i relatori per la loro presenza e il loro lavoro e ha invitato i partecipanti a seguire il modello di Emmaus nell’accompagnare i giovani, ascoltandoli e proponendo loro la sequela di Cristo.

Nella prima sessione del mattino è intervenuto il Card. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei Vescovi, il quale ha presentato il lavoro preparatorio del Sinodo sui giovani e le vocazioni che si terrà nel mese di ottobre del prossimo anno. Spiegando il processo sinodale e le sue diverse tappe, il Card. Baldisseri ha ricordato innanzitutto la pubblicazione del Documento Preparatorio contenente un questionario, attraverso il quale sono interpellati i vari componenti della Chiesa. In base alle risposte che giungeranno, il Sinodo dei Vescovi elaborerà l’Instrumentum Laboris (il Documento di lavoro) che sarà offerto ai Padri Sinodali come base della loro discussione. In attesa del documento di lavoro, il Card. Baldisseri ha annunciato che presto il Sinodo renderà pubblico un sito (www.sinodogiovani2018.va), contenente un questionario rivolto direttamente a tutti i giovani.

Successivamente, cinque rappresentanti, uno per ogni ambito pastorale, hanno riferito sulla propria esperienza del Simposio indicando anche alcune sfide.

Conclusioni del Simposio

Le conclusioni del Simposio sono state affidate poi all’arcivescovo di Genova il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente del CCEE, il quale si è soffermato sulla figura dell’educatore e sulla sua missione educativa nel contesto attuale, caratterizzato da una “cultura del nulla”. Per il Presidente del CCEE, l’educatore cristiano deve innanzitutto rivolgere lo sguardo a Gesù, vero e unico maestro. Se la cultura contemporanea “sembra non aver nulla da dire ai giovani, nulla di significativo che scaldi il cuore e riempia la vita”, nella persona di Gesù “risplendono tutte le virtù umane in forma eminente, risplende la piena umanità dell’uomo, quell’umanità che la nostra epoca rischia di non più riconoscere riducendo la persona ad una forma liquida”. Il Presidente del CCEE ha poi chiuso l’incontro con un appello finale alla gioventù europea: “Alle giovani generazioni guardiamo con grande simpatia e fiducia; a loro toccherà essere i nuovi evangelizzatori, convinti che evangelizzare oggi significa insegnare agli uomini l’arte di vivere! Il nostro è un tempo meravigliosamente arduo, è l’ora che la Provvidenza ci ha dato, abbracciamola con fiducia e amore (…). Sì, lo vogliamo vivere bene cominciando a cambiare noi stessi e aiutandoci gli uni gli altri”.

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Cardinale Lorenzo Baldisseri – Verso il Sinodo

19 aprile 2017 |by cceesitesAdmin | 0 Comments | Testi, 31.03

ACCOMPAGNAMENTO DEI GIOVANI E VOCAZIONE:

VERSO IL SINODO 2018

Saluto cordialmente l’Eminentissimo Card. Angelo Bagnasco, Presidente della CCEE, gli Eminentissimi Cardinali ed Eccellentissimi Vescovi, Sacerdoti, Religiosi e Religiose, Laici e carissimi giovani.

Ringrazio vivamente per il cortese invito a partecipare a questo Simposio sui giovani.

Mi congratulo per questa iniziativa in linea con il cammino sinodale che si è aperto da poco. Il vostro percorso, intrapreso circa due anni fa, che vi ha portato qui a Barcellona oggi attesta la piena e felice sintonia delle Chiese europee con le intenzioni del Santo Padre e con il cammino della Chiesa universale.

In questi giorni trascorsi ho potuto constatare il buono stile, l’accurata organizzazione e lo spirito ecclesiale dell’incontro.

Non posso nemmeno tacere la mia e nostra gratitudine alla Chiesa di Dio che è in Barcellona, che ci ha accolto in questi giorni e ci ha fatto sentire davvero in famiglia: ricca di storia e bellezza, ospitale e aperta, disponibile e generosa.

Grazie a tutti e a ciascuno di voi!

  1. Un Sinodo su “giovani, fede e discernimento vocazionale”

Papa Francesco, rivolgendosi recentemente ai giovani, così affermava: «Nell’ottobre del 2018 la Chiesa celebrerà il Sinodo dei Vescovi sul tema: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Ci interrogheremo su come voi giovani vivete l’esperienza della fede in mezzo alle sfide del nostro tempo. E affronteremo anche la questione di come possiate maturare un progetto di vita, discernendo la vostra vocazione, intesa in senso ampio, vale a dire al matrimonio, nell’ambito laicale e professionale, oppure alla vita consacrata e al sacerdozio» (dal messaggio del santo Padre per la XXXII GMG).

In queste parole possiamo trovare il nucleo ispiratore del prossimo Sinodo dei Vescovi. In primo luogo si tratta di interrogarci, come Chiesa, sulla vita reale dei giovani di oggi, che vivono in un tempo colmo di faticose sfide e ricco di importanti opportunità, con una particolare attenzione alla loro ricerca di senso e all’esperienza della fede. In secondo luogo, l’intenzione sinodale si deve sviluppare verso ciò che di più specifico caratterizza l’età giovanile, ovvero la questione dell’impostazione della propria vita adulta, che nel linguaggio biblico ed ecclesiale è da intendersi nell’ottica del “discernimento vocazionale”, perché è il momento privilegiato di ascolto attento del Dio dell’Alleanza, di dialogo autentico con la sua Parola e di risposta attiva alle sollecitazioni del suo Spirito.

La Chiesa, in sostanza, desidera abilitare ogni giovane a prendere coscienza che «io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (Evangelii gaudium, n. 273): da qui nasce la necessità di far luce sulla propria vocazione specifica, per mezzo del discernimento e attraverso l’accompagnamento, che hanno il compito di creare le giuste condizioni perché ogni giovane possa rispondere con gioia e generosità all’appello divino.

La prospettiva generale del Sinodo è quindi chiaramente “vocazionale”: uscendo dal circolo dell’autoreferenzialità narcisistica e mortifera del “chi sono io?” – che è certamente un tratto dominante della cultura globalizzata tardo moderna –, chiede alla Chiesa stessa e ad ogni giovane di entrare nel ritmo della più pertinente e decisiva domanda “per chi sono io?”. Essa apre il campo verso «l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità» della vita nell’amore vero e nella gioia piena, che trova nella dedizione del Signore Gesù la sua radice, il suo fondamento e il suo compimento (cfr. Ef 3,18).

  1. Il processo sinodale e le sue diverse tappe

Vivere l’esperienza ecclesiale di un Sinodo significa prima di tutto metterci in movimento, abbandonando le nostre presunte sicurezze per camminare, lasciando che il Signore, attraverso il suo Spirito, ci conduca là dove egli desidera.

Il cammino, per essere fruttuoso, deve anche essere ordinato e sinergico. Per questo vi sono diversi momenti di coinvolgimento.

Dopo la scelta del tema sinodale, la Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, coadiuvata da alcuni esperti e con l’approvazione del Consiglio Ordinario della Segreteria del Sinodo (presieduto dal Santo Padre), ha redatto e reso pubblico il Documento Preparatorio, che è il primo momento importante del percorso: il compito di questo breve e incisivo testo è quello di interpellare la Chiesa universale nelle sue varie componenti. È da notare fin da subito che, per così dire, la “vocazione-missione propria” del Documento Preparatorio sta nell’interpellare, nell’interrogare, nel cercare di far emergere la situazione così com’è e di aiutare tutti e ciascuno a riflettere in profondità. Leggere questo testo cercando risposte pastorali, strategie operative o soluzioni immediate significherebbe sbagliare approccio.

Al termine del Documento Preparatorio c’è un Questionario. La compilazione di questo Questionario secondo le indicazioni date rappresenta la seconda tappa dell’itinerario sinodale, che si sta realizzando in questi mesi e durerà fino alla fine di ottobre. Essa interpella e riguarda tutte le componenti della Chiesa. Questa tappa non è una pura formalità, ma un autentico momento di ascolto e discernimento ecclesiale sui temi sinodali, guidato dalla saggia regola per cui «il tempo è superiore allo spazio» (cfr. Evangelii gaudium, n. 222-225). Le risposte che convergeranno alla Segreteria del Sinodo sono come la punta di un iceberg che, per potersi sostenere, ha la necessità di un laborioso impegno di confronto, approfondimento e condivisione intra ed extra ecclesiale. Di fatto la Chiesa si edifica attraverso processi virtuosi di crescita e di comunione.

In base alle risposte che perverranno, la Segreteria del Sinodo lavorerà per avere – presumibilmente entro la prima metà del 2018 – l’Instrumentum laboris (lo Strumento di lavoro), che sarà offerto ai Padri sinodali come base della discussione e del confronto che si terrà nel mese di ottobre del 2018.

Il risultato dei lavori sinodali verrà consegnato al Santo Padre. Nel dibattito sinodale certamente emergeranno diversi punti di vista, differenti impostazioni pastorali e strategie eterogenee a seconda dei diversi contesti, come è naturale che sia in un reale confronto di una Chiesa che è cattolica perché custodisce le sue differenze interne e mai cerca di omologarle, in quanto le considera un’autentica ricchezza. I frutti del lavoro sinodale esprimono la volontà di camminare insieme, affermano con chiarezza che «l’unità prevale sul conflitto» (cfr. Evangelii gaudium, n. 226-230), e che le nostre diverse vedute non sono superiori all’unità che si realizza nella fede che professiamo in Cristo Gesù e nel desiderio condiviso di vedere i nostri giovani felici nel tempo e nell’eternità. Al Santo Padre spetterà in ogni caso l’importante compito di fornire delle indicazioni con prudenza e sapienza, garantendo l’integralità della fede e dei costumi, e orientando la Chiesa tutta verso le più convenienti e opportune prospettive pastorali. In questa tappa è rilevante sottolineare quanto «il tutto è superiore alla parte» (cfr. Evangelii gaudium, n. 234-237), perché è sempre più vero, soprattutto oggi, che dobbiamo pensare con uno sguardo ampio e globale per poter agire adeguatamente a livello locale.

Inizierà poi la fase della recezione ecclesiale, ovvero della traduzione concreta nelle realtà educative e pastorali delle indicazioni che verranno date. Con la certezza di avere a bordo una mappa adeguata e aggiornata, sarà possibile l’affascinante e rischiosa navigazione nel mare aperto dell’universo giovanile.

Come si può vedere da questa semplice carrellata, siamo solo all’inizio! Non sappiamo ancora dove le varie circostanze ci porteranno, ma vogliamo con sincerità lasciarci ispirare dal Signore e ascoltare la sua voce con apertura e disponibilità, convinti che il vento dello Spirito «soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va» (Gv 3,8).

  1. I tre cardini del Documento Preparatorio

Soffermiamoci ora brevemente sul Documento Preparatorio nel suo insieme. Evidenzio alcune istanze emergenti che mi paiono importanti, offrendo qualche consiglio su come poter ben utilizzare ciò che avete tra le mani.

Il Documento Preparatorio è offerto a tutta la Chiesa; non ha la pretesa di essere esaustivo, ma si propone di orientare il discernimento specifico nei diversi contesti, e nel nostro caso in quello dei singoli Paesi europei. È decisivo lavorare a partire dalla convinzione che «la realtà è più importante dell’idea» (cfr. Evangelii gaudium, n. 231-233): la realtà concreta ci parla e ci istruisce, lì Dio è presente e operante. Le nostre idee hanno il compito di cogliere, comprendere e dirigere la realtà, mai di sostituirla!

La prima chiave di lettura è ravvisabile nell’invito al discernimento. Il tema del discernimento è in cima ai pensieri del Santo Padre, ed emerge fin dai primi documenti del suo pontificato. Lo ha ribadito nella sua recentissima visita a Milano quando, interloquendo con i sacerdoti e i consacrati, ha affermato: «I nostri giovani sono esposti a uno zapping continuo. Possono navigare su due o tre schermi aperti contemporaneamente, possono interagire nello stesso tempo in diversi scenari virtuali. Ci piaccia o no, è il mondo in cui sono inseriti ed è nostro dovere come pastori aiutarli ad attraversare questo mondo. Perciò ritengo che sia bene insegnare loro a discernere. […] Oggi i nostri fedeli – e noi stessi – siamo esposti a questa realtà, e perciò sono convinto che come comunità ecclesiale dobbiamo incrementare l’habitus del discernimento» (25 marzo 2017). Egli desidera una Chiesa che sa mettersi in discussione con franchezza, a partire dalla propria fede, che a ben vedere è inizialmente una “sottrazione di sicurezza”, perché ci chiede di abbandonare le nostre false certezze e di metterci con fiducia nelle mani di Dio: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza» (Is 30,15).

Discernimento significa allora prima di tutto stare e mantenersi in ascolto, valutare tutto ciò che avviene nella vita del mondo e della Chiesa, sostare nelle feritoie della storia con vigilanza evangelica e attenzione profetica. Significa mantenere aperte le porte al Dio della tenerezza che agisce con insospettabile creatività nella storia, desideroso di prendere voce attraverso la parola dei piccoli e dei poveri. Soprattutto invita la Chiesa stessa ad imparare dai giovani e a chiedere loro «di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia» (Documento Preparatorio). Per entrare nel ritmo del discernimento è necessario farsi attenti alle persone concrete, che non solo sono automi replicanti a cui si chiede sottomissione. La pastorale, in questa prospettiva, non è una semplice “applicazione” di regolamenti o prassi fredde e burocratiche alla realtà delle persone, ma è frutto di un discernimento continuo fatto di ascolto, dialogo, confronto, progetto, verifica e rilancio.

La seconda chiave di lettura, il vero e proprio focus sinodale, è la vocazione. Il dono del discernimento, nei riguardi dei giovani, entra direttamente nella “questione vocazionale”, perché la caratteristica propria di quell’età della vita risiede precisamente nel coraggio di prendere in mano la propria esistenza non più come un semplice dono da ricevere, ma soprattutto come un compito da attuare. Infatti, avere il coraggio di osare sentieri nuovi, liberare con audacia la propria creatività, entrare sempre meglio nella logica del servizio, comprendere il modo migliore per stare al mondo, scoprire e far fruttificare i talenti ricevuti e vivere l’entusiasmo di un presente aperto al futuro sono i modi specifici della vita di un giovane. Nella fede cristiana tutto ciò non è riducibile semplicemente ad un “progetto” realizzato con le proprie forze e per il proprio tornaconto, ma fa appello ad una istanza trascendente, che è la voce di quel Dio amorevole che parla attraverso la storia degli uomini e gli avvenimenti della vita. Il discernimento vocazionale, allora, è quel «processo con cui la persona arriva a compiere, in dialogo con il Signore e in ascolto della voce dello Spirito, le scelte fondamentali, a partire da quella sullo stato di vita. […] Come vivere la buona notizia del Vangelo e rispondere alla chiamata che il Signore rivolge a tutti coloro a cui si fa incontro: attraverso il matrimonio, il ministero ordinato, la vita consacrata? E qual è il campo in cui si possono mettere a frutto i propri talenti: la vita professionale, il volontariato, il servizio agli ultimi, l’impegno in politica?» (Documento Preparatorio).

La terza chiave di lettura è quella dell’accompagnamento. È stato il tema del Simposio e certamente le riflessioni emerse saranno di ausilio per il cammino sinodale in atto. E di questo ringrazio vivamente.

Nel Documento Preparatorio si parla dell’accompagnamento alla fine della seconda parte, affermando che «si tratta di favorire la relazione tra la persona e il Signore, collaborando a rimuovere ciò che la ostacola. […] La guida spirituale rinvia la persona al Signore e prepara il terreno all’incontro con Lui» (Documento Preparatorio). L’accompagnamento è quindi sempre un percorso a tre: colui che viene accompagnato, colui che accompagna e il Signore Gesù, che ci ha promesso di essere con noi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Viene dichiarato il triplice motivo della sua necessità: primo, l’azione misteriosa di Dio nel cuore di ogni uomo, che va adeguatamente interpretata; secondo, la fragilità della condizione umana e soprattutto il peccato, che inibisce la possibilità di un corretto e adeguato ascolto; terzo, la necessità di decidere, per non rimanere in uno stato di perenne dubbio e incertezza.

Per realizzare l’accompagnamento «non basta studiare la teoria del discernimento; occorre fare sulla propria pelle l’esperienza di interpretare i movimenti del cuore per riconoscervi l’azione dello Spirito, la cui voce sa parlare alla singolarità di ciascuno. L’accompagnamento personale richiede di affinare continuamente la propria sensibilità alla voce dello Spirito» (Documento Preparatorio).

Volendo tracciare il profilo ideale dell’accompagnatore o guida, il Documento Preparatorio evidenzia alcuni tratti caratteristici: lo sguardo amorevole, la parola autorevole, la capacità di “farsi prossimo”, la scelta di “camminare accanto” e la testimonianza di autenticità.

  1. La specificità del continente europeo

Come già evidenziato, nel Documento Preparatorio non si parla, se non per brevissimi accenni, dei diversi contesti. Solo nel Questionario ci si riferisce alle specifiche aree geografiche continentali, con tre domande apposite.

Quelle dell’Europa appaiono particolarmente significative, e conviene risentirle:

  • «Come aiutate i giovani a guardare al futuro con fiducia e speranza a partire dalla ricchezza della memoria cristiana dell’Europa?»;
  • «Spesso i giovani si sentono scartati e rifiutati dal sistema politico, economico e sociale in cui vivono. Come ascoltate questo potenziale di protesta perché si trasformi in proposta e collaborazione?»;
  • «A quali livelli il rapporto intergenerazionale funziona ancora? E come riattivarlo laddove non funziona?».

Ritengo utile offrire alcune riflessioni al riguardo.

A proposito della prima domanda, il Santo Padre, in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno (il 6 maggio 2016), si è chiesto: «Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?». Queste domande sono per noi decisive, perché ci riportano ad un passato caratterizzato da tre capacità tipicamente “europee”, che oggi hanno bisogno di essere riscoperte: «La capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare» (ibidem).

La crisi demografica in atto nel Vecchio Continente e la sfida delle migrazioni interpellano più che mai la nostra capacità di accoglienza della vita, di dialogo e di integrazione. Ridare fiducia e speranza ai nostri giovani significa ricominciare a sognare con loro, partendo dalla buona memoria dell’Europa: «Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo» (ibidem).

«Quale cultura propone l’Europa oggi?», si chiede ancora Papa Francesco. E continua: «La paura che spesso si avverte trova, infatti, nella perdita d’ideali la causa più radicale» (Discorso ai capi di stato e di governo dell’Unione Europea in occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma, 24 marzo 2017).

Per la seconda domanda suggerirei un passaggio dell’omelia del Santo Padre pronunciata il 31 dicembre 2016, dove egli afferma che «abbiamo creato una cultura che, da una parte, idolatra la giovinezza cercando di renderla eterna, ma, paradossalmente, abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati dalla vita pubblica obbligandoli a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono o che non permettono loro di proiettarsi in un domani». E continua: «Abbiamo privilegiato la speculazione invece di lavori dignitosi e genuini che permettano loro di essere protagonisti attivi nella vita della nostra società. Ci aspettiamo da loro ed esigiamo che siano fermento di futuro, ma li discriminiamo e li “condanniamo” a bussare a porte che per lo più rimangono chiuse» (ibidem).

L’analisi offerta dal Santo Padre ci porta a comprendere che la protesta, l’indignazione, il rifiuto sono segnali forti di una coscienza giovanile attenta e sensibile. In altra direzione emergono anche, nelle giovani generazioni, una crescente tentazione di percorrere le strade del terrorismo e del fondamentalismo anche di matrice religiosa, che trova in non pochi giovani europei un terreno fertile. In realtà, senza una prospettiva e un senso, la vita, propria o altrui, perde ogni valore. Si tratta così di prendere coscienza che di fronte ai giovani abbiamo un vero e proprio debito: «Più che responsabilità, la parola giusta è debito, sì, il debito che abbiamo con loro» (ibidem).

La terza domanda, concentrata sul rapporto intergenerazionale, trova nel Documento Preparatorio alcune chiavi di lettura di grande interesse, perché vengono evidenziate le caratteristiche di un “adulto significativo”.

Nel testo si antepongono alle singole figure di riferimento (genitori e familiari, pastori e consacrati, insegnanti e altre figure educative) alcune caratteristiche comuni ad ogni adulto: «Il ruolo di adulti degni di fede, con cui entrare in positiva alleanza, è fondamentale in ogni percorso di maturazione umana e di discernimento vocazionale. Servono credenti autorevoli, con una chiara identità umana, una solida appartenenza ecclesiale, una visibile qualità spirituale, una vigorosa passione educativa e una profonda capacità di discernimento. A volte, invece, adulti impreparati e immaturi tendono ad agire in modo possessivo e manipolatorio, creando dipendenze negative, forti disagi e gravi controtestimonianze, che possono arrivare fino all’abuso» (Documento Preparatorio).

All’interno del tema generale dell’accompagnamento, durante questo Simposio è stato messo in evidenza il ruolo strategico e delicato dell’accompagnatore. Ne va della crescita dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani che ci sono affidati.

È proprio importante impegnarsi per la propria formazione, imparare sempre meglio a impegnarsi come comunità che vive e opera in comunione. A questo proposito mi rallegro che tutti coloro che si occupano dei giovani a vario titolo nella CCEE si siano dati appuntamento qui a Barcellona per onorare il nobile compito dell’educazione e dell’evangelizzazione dei giovani.

  1. Camminiamo insieme!

Vivere un’esperienza sinodale significa “camminare insieme sulla stessa strada” come totalità della Chiesa: Papa, Vescovi, Sacerdoti, consacrati e consacrate, laici e laiche, giovani. Con il coraggio di mettersi in discussione, il desiderio di verificare le proprie convinzioni e la volontà di rilanciare le proprie pratiche.

Per camminare insieme, penso a quattro priorità.

Prima. Il Sinodo sia realmente un Sinodo! Tutti si sentano interpellati, possano manifestare le loro convinzioni, siano felici di condividere le loro esperienze e di proporre soluzioni. Certo, occorre che ciò avvenga in forma positiva e costruttiva. Nella Lettera ai Giovani che si accompagna al Documento Preparatorio Papa Francesco li invita ad esprimersi liberamente ed apertamente, perché «la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche».

Seconda. Ci sia un autentico ascolto del mondo dei giovani! Troppe volte nella Chiesa si parla dei giovani alla maniera in cui Giobbe ad un certo punto parlava di Dio, ovvero «per sentito dire» (Gb 42,5). Abbiamo invece bisogno di rimetterci in presa diretta con i diversi mondi giovanili, imparando da Gesù, che si dimostra per noi ancora una volta «il primo e il più grande evangelizzatore» (Evangelii gaudium, n. 12), proprio nel momento in cui si è messo in cammino con i discepoli verso Emmaus. Tutti devono sentirsi coinvolti nel compito creativo di ascoltare i giovani che vivono nei vostri loro rispettivi territori: abbiamo la spinta del Santo Padre, l’invito sinodale, tanto tempo a disposizione, tante possibilità di farlo. Non perdiamo questa occasione unica e privilegiata!

A questo proposito ricordo che tra non molto anche la Segreteria del Sinodo farà la sua parte, rendendo pubblico un sito, dove vi sarà un questionario rivolto direttamente a tutti i giovani, che ha lo scopo di favorire la loro partecipazione al cammino sinodale (www.sinodogiovani2018.va). Tale opportunità ha l’intenzione di rafforzare l’impegno comune di ascolto dei giovani, non di sostituirlo né di ridurlo. Cerchiamo semplicemente di affiancarci a voi per raggiungere il maggior numero possibile di giovani nelle diverse parti del mondo, con alcune domande che possono toccare più immediatamente la loro realtà esistenziale vissuta.

Terza. La Chiesa si metta lealmente in discussione! Ciò avvenga nel suo agire pastorale con i giovani, verificando quello che va e quello che non va, cercando strade nuove. Tutta la terza parte del Documento Preparatorio offre materiale abbondante in questa precisa direzione di verifica e di rilancio. Il Questionario, da parte sua, si conclude chiedendo di scegliere tre pratiche tra le più interessanti e pertinenti da condividere con la Chiesa universale. È stato fatto anche in questi giorni, attraverso la “fiera delle buone pratiche”.

Quarta. In questo percorso il Santo Padre incoraggia a sognare! Ci invita a profetizzare e a rischiare, alla luce dello Spirito, sentieri nuovi: «La parola l’ho detta tante volte: rischia! Rischia. Chi non rischia non cammina. “Ma se sbaglio?”. Benedetto il Signore! Sbaglierai di più se tu rimani fermo, ferma: quello è lo sbaglio, lo sbaglio brutto, la chiusura. Rischia. Rischia su ideali nobili, rischia sporcandoti le mani, rischia come ha rischiato quel samaritano della parabola. […] Rischia! Rischia. E se sbagli, benedetto il Signore. Rischia. Avanti!» (Francesco, Visita a Villa Nazareth, 18 giugno 2016). L’invito è anche per noi, educatori e pastori, che lavoriamo quotidianamente con tanti giovani!

Vorrei infine assicurarvi che nel percorso sinodale in atto non vi è nulla di predeterminato o di “già deciso”, ma tutto dipende da quello che emergerà dal lavoro nelle Conferenze Episcopali e, fatte le debite proporzioni, dal Questionario on-line.

Le Conferenze Episcopali si stanno già organizzando in vario modo, con diverse iniziative, raccogliendo dati e consultando tutti e ciascuno. Attendiamo l’apporto saggio e profondo delle Chiese di antica tradizione, come quelle europee, tanto quanto il contributo delle giovani Chiese. Nutriamo il desiderio di arricchirci reciprocamente, consegnando le nostre esperienze e accogliendo quelle degli altri con disponibilità di cuore, fermamente convinti che «tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8,28).

La Segreteria Generale del Sinodo lavorerà a partire dalle risposte al Questionario. La strategia adottata permette ad ogni organismo non solo di raccogliere dati, ma di rielaborarli con intelligenza e saggezza, offrendo così un contributo ricapitolativo di qualità.

Infine vorrei di nuovo ringraziarvi e salutarvi. Grazie!

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